Il lavoro uccide ancora. Ieri un operaio di 47 anni, Simone Dallai, è morto sul lavoro in un’azienda del Reggiano schiacciato da un muletto e con modalità simili altri due operai in Toscana e Sicilia.
Sulla questione della sicurezza sul lavoro abbiamo rivolto alcune domande ad Alex Scardina, 40 anni, coordinatore della Uil di Reggio Emilia.
Scardina, com’è possibile, ci si chiede, pensando anche alla tecnologia che governa molta parte del mondo lavoro?
È la domanda più amara e sensata che ci si possa porre oggi. La risposta purtroppo non sta nei limiti della tecnologia, che le soluzioni ingegneristiche le avrebbe già pronte, ma nelle logiche economiche, culturali e organizzative che continuano a governare il mondo del lavoro. Oggi esistono sistemi di sicurezza straordinariamente avanzati. Parliamo di carrelli elevatori dotati di sensori di prossimità laser che frenano automaticamente se rilevano un ostacolo o una persona nel raggio d’azione, sistemi di intelligenza artificiale che monitorano la stabilità del carico in tempo reale e blocchi elettronici che impediscono ai macchinari di accendersi se l’operatore non è in sicurezza. Il problema drammatico è che queste tecnologie costano e non sono obbligatorie per legge su tutti i vecchi modelli. Di conseguenza, il tessuto produttivo – specialmente quello delle piccole e medie imprese – è pieno di parchi macchine obsoleti o privi di questi standard moderni, perché l’aggiornamento tecnologico finalizzato alla sicurezza viene ancora percepito da troppe aziende come un costo a perdere anziché come un investimento salvavita su quanto di più importante ci sia in qualunque sito produttivo, vale a dire le persone.
L’Ispettorato del Lavoro, dal vostro punto di vista, che ruolo ha o dovrebbe avere? Collaborate?
Dal nostro punto di vista, l’Ispettorato del Lavoro rappresenta un presidio fondamentale per la legalità e la sicurezza, ma oggi si trova purtroppo in una condizione di drammatica debolezza strutturale. Nella nostra visione, questo organo dovrebbe essere il principale motore di prevenzione e vigilanza sul territorio, un vero e proprio scudo per i lavoratori capace di effettuare controlli preventivi, costanti e capillari in fabbriche, campi e cantieri. Invece, a causa di anni di tagli e carenze croniche di organico, l’Ispettorato è stato ridotto a un corpo quasi esclusivamente reattivo, costretto a inseguire le emergenze e a intervenire troppo spesso solo a tragedia avvenuta o per gestire le vertenze a posteriori. Non è assolutamente una colpa delle donne e degli uomini che vi lavorano, il cui impegno è quotidiano ed encomiabile, ma di una scelta politica che per troppo tempo ha svuotato di risorse e di personale uno strumento vitale per la tutela della dignità del lavoro.
Con l’assemblea provinciale unitaria di tutti i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza della provincia, tenutasi lo scorso aprile, abbiamo proprio voluto rinsaldare i rapporti tra tutti gli attori coinvolti, mettendo in rete competenze e contatti, per affermare il principio che solo con la collaborazione è possibile arginare questa strage silenziosa e costruire una vera cultura della prevenzione sul territorio.

Quali strategie possibili per fermare queste morti ormai quotidiane?

Sicuramente investire di più in formazione e in prevenzione è la base per ridurre il numero di infortuni sul territorio provinciale. Serve poi un piano straordinario di assunzioni di tecnici e ispettori per far sì che il controllo non sia percepito come un evento eccezionale, ma una certezza. Infine bisogna riattivare tutti i tavoli tecnici, ad oggi in sostanziale stallo, tra cui protocollo appalti e picchi di calore, che serve, quest’ultimo, a proteggere i lavoratori più esposti alle temperature estreme. Si tratta di percorsi che erano stati faticosamente avviati sul territorio e che invece giacciono fermi nei cassetti anche per volontà delle categorie che rappresentano le parti datoriali.
