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“Conoscevo l’assassino, credeva che regina e Beatles fossero rettiliani”
Non solo droga, ma anche (se non soprattutto) un evidente disagio mentale. Anche dietro l’assurdo omicidio del pizzaiolo di via Gran Sasso d’Italia – nonostante certa politica abbia inizialmente iniziato a gridare all’uomo nero – si cela un problema a cui da troppo tempo in Italia, in Emilia-Romagna ed anche a Reggio Emilia non si riesce a dare una giusta ed efficace riposta.
La conferma arriva da un post di Alessandro Gandino, giornalista e scrittore (nonché deejay e presidente del circolo Arci La Casetta-Nuovo Gramsci al Campo di Marte), che ha da poco pubblicato un interessante ricordo dell’assassino, conosciuto casualmente nemmeno dieci anni fa poi saltuariamente frequentato. Ricordo che pubblichiamo (con una postilla) come preziosa testimonianza sul presunto autore di questo terribile omicidio: un uomo che ha commesso qualcosa di terribile e assolutamente ingiustificabile, ma che probabilmente accusava un evidente disagio e che la società, nel suo insieme, non è stata in grado di aiutare.
di Alessandro Gandino
Io conosco l’assassino. Non ho idea fino a che punto si possa conoscere uno come Andrea, ma credo di conoscerlo. Un po’. Tra il 2017 e il 2018, post separazione, ho vissuto in un mini in via Maiella. Una mattina, mentre tiravo lo straccio con ovviamente lo stereo acceso, avevo lasciato la porta aperta perché tutto si asciugasse in fretta e mi trovai davanti questo omone. Era Andrea Pellati. Cominciammo a parlare di musica, non lo invitai dentro perché c’era bagnato (ero partito al contrario) e restammo lì a chiacchierare. Acuto, strano, con teorie tutte sue. Nei giorni seguenti ci incrociavamo spesso finché un giorno proposi una birra al bar di fronte. Venne e bevve acqua. Poi mi raccontò la sua storia tra carcere e criminalità organizzata. Viveva in un mondo suo, fatto di complotti, cimici piazzate, la fine del mondo è vicina, microspie e piccolo spaccio. Era in cura presso i servizi sociali, ma come psichiatrico non per droga.
Quando l’anno seguente mi trasferisco con Julie era sinceramente abbacchiato. Ecco Julie. Complottista e altro, era convinto che la Regina Elisabetta fosse rettiliana (e anche i Beatles) e nutriva una sorta di paura e rispetto verso Julie che, in quanto inglese, secondo lui dominava il mondo. Quando ci venne a trovare nella casa in centro, le chiese come poter fare avere un regalo natalizio per i tre figli di Kate Middleton anche perché molto probabilmente l’ultimo era suo. Ogni tanto passava per un saluto. Un giorno riuscimmo a farlo fermare per un piatto di cappelletti. Si fermò un quarto d’ora. Due bicchieri d’acqua e via.
Un paio di settimane dopo venne per annunciare che partiva. Naturalmente località segreta ma si voleva liberare di tutto. Mi portò i suoi libri che misi in cantina. La nostra auto era agli sgoccioli e visto che se ne voleva liberare comprammo la sua C2. Fatto il passaggio di proprietà all’ACI mi rassicurò che tutte le cimici dei servizi segreti erano state rimosse. Non lo vidi per un bel po. Nel corso degli ultimi anni lo incontravo in giro in bicicletta e si parlava di tutto. Di tutto quello che voleva lui. Lettore seriale, fuori dai social, solitario.
Quando ieri sera ho letto la notizia giuro che l’ultima persona alla quale potevo pensare era lui.
Un matto, ma mai recepito come violento.
Condoglianze alla famiglia del lavoratore morto e in bocca al lupo alla sorella. Morire così è assurdo.
Vergogna e schifo per i pezzenti che da subito hanno deciso la nazionalità dell’assassino.
Conosco bene anche il direttore di una certa testata online che da subito è partito con la crociata razzista.
Probabilmente sono io che devo cominciare a farmi delle domande su chi conosco….
Non per… citarci addosso, ma fin dalla nostra uscita, il 25 aprile scorso, SpazioReggio si è in più occasioni occupata del disagio mentale di cui soffrono tante persone. Lo ha cercato di fare senza video acchiappalike o titoli celoduristi, ma cercando di evidenziare un problema – un grosso problema – nella speranza che istituzioni e politica, a tutti i livelli, ne abbiano contezza e provino a trovare una soluzione. Una soluzione certamente non facile, che potrebbe anche portarci a riconsiderare un caposaldo della nostra democrazia, quella giustamente celebrata Legge Basaglia che nel 1978 chiuse i manicomi. Non certamente per riaprirli, almeno così come erano concepiti mezzo secolo fa, ma per individuare nuove forme di aiuto evidentemente necessarie per chi soffre di certe patologie psichiche. Ed evitare quelle tragedie che, a Modena come a Reggio, abbiamo recentemente dovuto registrare.
Per chi volesse approfondire
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