Ci risiamo. Arriva l’estate, arrivano i programmi, arrivano i titoli belli, arrivano le parole giuste: sport, cultura, legalità, inclusione, socialità, giovani, famiglie, centro storico. Tutto perfetto. Tutto confezionato. Tutto presentabile. Peccato che poi, quando si guarda la mappa vera della città, quella vissuta dai cittadini e non quella dei comunicati, ci si accorge sempre della stessa cosa: alcuni luoghi esistono, altri vengono trattati come se fossero quartieri di un’altra città.
San Pietro e Santo Stefano non sono periferie mentali da ricordare solo quando fa comodo. Non sono appendici, non sono zone di passaggio, non sono il retrobottega del centro storico. Sono città. Sono Reggio Emilia. Sono strade, case, negozi, portici, famiglie, anziani, commercianti, residenti. Sono pezzi vivi di comunità che da anni chiedono attenzione vera, non carezze retoriche.
E allora viene da sorridere amaramente quando si legge ancora una volta di iniziative nei soliti luoghi simbolici, nelle solite piazze, nei soliti spazi illuminati dalla narrazione ufficiale. Piazza Fontanesi, piazza della Vittoria, piazza Prampolini, corso Garibaldi, piazza Gioberti. Tutto rispettabile, per carità. Nessuno discute il valore dello sport, della danza, delle arti marziali, dei giochi, dei tornei, degli spettacoli. Nessuno ce l’ha con chi organizza, con chi partecipa, con chi prova a fare qualcosa di buono.
Il punto è un altro. Il punto è che una città non si cura facendo sempre il giro del salotto buono.
Perché se si parla di legalità, allora bisogna avere il coraggio di portarla dove la legalità manca. Se si parla di presenza, bisogna andare dove l’assenza delle istituzioni si sente sulla pelle. Se si parla di centro storico, bisogna smetterla di considerare centro storico soltanto ciò che è comodo, fotografabile, elegante, facilmente vendibile in una locandina.
Porta Via Emilia San Pietro da anni vive situazioni che tutti conoscono e che pochi vogliono guardare fino in fondo: degrado, insicurezza, microcriminalità, spaccio, bivacchi, prostituzione, monopattini lanciati sotto i portici come fossero piste private, auto danneggiate, specchietti rotti, residenti esasperati, commercianti stanchi. E Santo Stefano non sta molto meglio, perché anche lì la sensazione è la stessa: si appartiene alla città solo quando bisogna pagare, sopportare, stare zitti.
Poi arrivano i “Mercoledì da Leoni”. Ma per molte zone sembrano piuttosto Mercoledì da Leoncini: ruggiti piccoli, addomesticati, prudenti, sempre lontani dai punti dove servirebbe davvero mostrare coraggio.

Perché il coraggio amministrativo non è organizzare un evento dove tutto è già pronto. Il coraggio amministrativo è entrare nelle zone difficili, restarci, illuminarle, presidiarle, ascoltare chi ci vive. È mettere sedie, sport, musica, educazione, socialità e forze dell’ordine dove la gente ha paura a passare la sera. È far capire che nessuna strada è abbandonata, che nessun portico è terra di nessuno, che nessun quartiere viene lasciato marcire perché tanto non fa bella figura nelle fotografie.
La legalità non può diventare una parola ornamentale. Non può essere un fiocco da mettere sopra un programma estivo. La legalità o entra nella vita quotidiana delle persone oppure resta teatro. E i cittadini, ormai, il teatro lo riconoscono benissimo.
Si dice: portiamo cultura ed etica della legalità. Benissimo. Ma allora partiamo da dove la legalità è calpestata ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Partiamo da Via Emilia San Pietro. Partiamo da Santo Stefano. Partiamo dai luoghi dove la gente non chiede spettacolo, ma normalità. Non chiede passerelle, ma vigili. Non chiede slogan, ma controlli. Non chiede miracoli, ma una città che non si giri dall’altra parte.
Perché è troppo facile parlare di inclusione dove c’è già pubblico. È troppo facile parlare di comunità dove c’è già una cornice gradevole. È troppo facile parlare di centro storico se poi una parte del centro storico viene lasciata al suo destino, come se appartenesse a un’altra amministrazione, a un altro Comune, a un’altra geografia morale.
San Pietro e Santo Stefano non sono nomi da elenco. Sono luoghi che hanno una storia. Sono porte della città. Sono attraversamenti, memoria, commercio, residenza, fatica quotidiana. E invece sembrano diventati la zona grigia: abbastanza centrali per pagare il prezzo del centro, abbastanza marginali per non ricevere la cura del centro.
Questa è la contraddizione che bisogna denunciare.
Non basta riempire le piazze per dire che la città è viva. Bisogna chiedersi quali piazze restano vuote, quali strade restano spente, quali quartieri vengono esclusi dalla festa. Una città non si misura da dove organizza gli eventi, ma da dove ha il coraggio di portarli.
E allora, la prossima volta, meno retorica e più geografia reale. Meno “legalità” detta dal palco e più legalità praticata sotto i portici. Meno iniziative sempre negli stessi punti e più attenzione ai luoghi dimenticati. Meno comunicati rassicuranti e più passeggiate a piedi, magari senza auto blu, magari senza scorta verbale, magari guardando in faccia chi vive ogni giorno quei problemi.
Perché i cittadini di San Pietro e Santo Stefano non sono cittadini minori. Non sono comparse. Non sono residenti di serie B.
Sono Reggio Emilia.
E Reggio Emilia, se vuole davvero parlare di legalità, deve cominciare da lì dove oggi la legalità non si racconta: si aspetta. Si invoca. Si pretende.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
