Negli anni Novanta il reggiano più noto d’Italia – almeno sul piccolo schermo – non era né un cantante, né un politico, né un capitano d’industria, ma un omino paffutello dalle gote rubizze e lo sguardo dolce, sempre e comunque sorridente. Su Canale 5, tutti i santi giorni, lo guardavano milioni e milioni di italiani. Lo guardavano, appunto. Perché lui appariva e basta, non parlava praticamente mai. Vittorio Sgarbi lo aveva scelto come spalla silenziosa in “Sgarbi quotidiani”, striscia di approfondimento dei principali temi di attualità andata in onda per quasi sette anni di fila, tra l’ottobre 1992 e il maggio 1999, collezionando ben 3 milioni e mezzo di telespettatori.
Lui era Abramo Orlandini, morto oggi a 65 anni, e con la sua scomparsa se ne va un altro dei leggendari personaggi della “Reggio da bere”, quella che negli anni Ottanta appariva a tutti splendida, specie a chi – all’epoca – attraversava gli anni spensierati della gioventù. Figlio di edicolanti, perde presto i genitori e la sorella Rina, una bellissima ragazza purtroppo finita in uno di quei ‘giri’ sbagliati della “Reggio da pere”, quella che negli anni Settanta si è portata via tanti giovani.
Sarà forse per tutto quel dolore che Abramo va in cerca della “dolce vita”, e non può che farlo a Roma. Parte per la capitale, senza arte né parte, ma è un puro di cuore e qualche particina alla fine la trova, grazie anche a un felice incontro con Pupi Avati in via del Babuino. Nel 1987 appare come cameriere in “Teresa”, procace camionista interpretata da Serena Grandi per la regia di Dino Risi, e tra il 1988 e il 1992 ottiene piccole parti anche in “Domani accadrà” dell’esordiente Daniele Lucchetti, nel “Paganini” di Klaus Kinski, addirittura ne “La voce della luna” di Fellini, “Le avventure del barone Muenchausen” di Gilliam e “Storie di ragazzi e ragazze” dello stesso Pupi Avati.

Tra un film e l’altro, torna spesso a Reggio, dove tra via Farini, il bar Cavour, via Crispi e l’isolato San Rocco lo si vede nel suo non sempre immacolato smoking, il farfallino a volte rosa, magari il Panama. Poi l’incontro con Sgarbi, conosciuto facendo il giornalaio di notte vicino al Parlamento, e il successo televisivo. Nei sette anni trascorsi negli studi di Canale 5, Abramo non si accorge che sulla “dolce vita” è calato il sipario, finisce a fare il cameriere a Trastevere poi è costretto a tornare a Reggio, dove una lontana zia si prende cura di lui. Torna a essere presenza quasi fissa in centro, riscopre la vena artistica (da ragazzo ha frequentato lo studio del pittore Remo Tamagnini) e si mette a dipingere (nel 2014 la Spumanteria sotto il suo amato isolato San Rocco ospiterà una sua personale grazie a Stefano “Ubaldo” Salsi Lay). Nel 2016 la sua vita finisce in un documentario realizzato da Giuseppe Zironi (“24conAbramo”, nella foto qui sotto con il regista e il produttore Alessandro Scillitani), nel 2020 – in piena pandemia – rischia di perderla in pneumologia.

Negli ultimi tempi Abramo, che campava grazie a una piccola pensione di invalidità, era stato ospitato ai Parisetti, dopo aver vissuto in una casa popolare in periferia, che oggi ha dato notizia della sua morte. Ma fino all’ultimo, quando le condizioni glielo permettevano, tornava nelle sue amate vie del centro, sempre col suo smoking e il suo dolce sorriso, a scroccare sigarette e caffè ai tanti reggiani che hanno sempre continuato a volergli bene. (f.m.)
(foto di apertura di Annarita Vignali da Facebook)
