«Io sono anche Andrea», ma questo non significa attenuare di un solo millimetro la responsabilità di chi ha ucciso Raffaele Stipa. Non significa spiegare l’inspiegabile, né trasformare un assassino in una vittima. Non significa cercare giustificazioni psicologiche o sociologiche a un delitto che resta atroce, inaccettabile e irreparabile. La giustizia dovrà fare il suo corso e la responsabilità personale rimane intatta.
Ma una comunità non può fermarsi dove finisce il codice penale.
Io sono Raffaele, perché chiunque si riconosce in quell’uomo che preparava pizze, lavorava, sorrideva e teneva insieme, con la forza silenziosa della normalità, un pezzo della nostra città.
Ma io sono anche Andrea. Lo sono perché quella parte oscura che, nel suo caso, ha trovato una manifestazione tragica, appartiene, in forme diverse, alla condizione umana. Ognuno di noi convive con fragilità, paure, ossessioni, rabbie, squilibri. La differenza è che quasi sempre riusciamo a negoziare con le nostre ombre. A contenerle. A compensarle attraverso gli affetti, il lavoro, le relazioni, la cura, la cultura, la medicina. La civiltà consiste proprio in questo: nel costruire continuamente un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che potrebbe travolgerci.
Quando quell’equilibrio si rompe profondamente, il problema non riguarda più soltanto l’individuo. Riguarda tutti.
Ed è questo che ancora fatichiamo ad accettare. Di fronte a tragedie come questa, il meccanismo più rassicurante è costruire un capro espiatorio: espellere il male da noi stessi, attribuirlo interamente a un mostro e convincerci che basti allontanarlo perché tutto torni normale. È un riflesso antico quanto l’umanità. Ma raramente produce comprensione e quasi mai produce vera prevenzione.
Da qui nasce la tentazione di rispondere soltanto con il linguaggio della sicurezza: più controlli, più pattuglie, più telecamere, più repressione. Sono strumenti necessari contro il crimine. Nessuno lo nega. Ma sarebbe una pericolosa illusione pensare che possano curare ciò che nasce nella mente e nello spirito delle persone.
Le cronache raccontano di un uomo che aveva attraversato un lungo percorso nei servizi di salute mentale e che, da anni, non era più seguito. Saranno gli accertamenti a chiarire ogni aspetto della vicenda. Ma la domanda rimane, indipendentemente da questo caso: che cosa accade oggi quando una persona precipita in un disagio psichico grave? Chi la intercetta? Chi accompagna le famiglie? Chi costruisce continuità quando quella persona interrompe le cure? Chi si assume la responsabilità di non perderla?
Franco Basaglia non immaginava semplicemente la chiusura dei manicomi. Immaginava una comunità capace di sostituirli con una presa in carico diffusa. Lo hanno ricordato più volte psichiatri come Eugenio Borgna e Peppe Dell’Acqua: curare significa, prima di tutto, costruire relazioni, presenza, continuità, riconoscimento della persona. Significa non lasciare solo chi soffre, ma neppure lasciare sole le famiglie e i servizi. Prevenire non significa prevedere l’imprevedibile. Significa ridurre l’isolamento, intervenire precocemente, garantire percorsi terapeutici stabili, fare della salute mentale una responsabilità collettiva e non soltanto sanitaria.
Oggi questo tema riguarda milioni di persone. Tra adolescenti e giovani aumentano ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo e disagio psicologico. Nella stragrande maggioranza dei casi quella sofferenza non produce violenza verso gli altri, ma contro se stessi. Proprio per questo la salute mentale non può essere affrontata soltanto quando esplode una tragedia. Perché ogni persona lasciata sola nel proprio crollo rappresenta una sconfitta della comunità.
Non sappiamo impedire ogni delitto. Sarebbe una promessa falsa. Ma possiamo costruire una società che non aspetti l’esplosione della crisi per accorgersi della sofferenza.
Se non lo faremo, continueremo a piangere le vittime e a inseguire, giustamente, i colpevoli, senza tuttavia affrontare davvero ciò che rende una comunità più fragile. E ogni volta ci rifugeremo nell’illusione che basti espellere il male da fuori, senza riconoscere che il compito più difficile è imparare a prenderci cura delle ombre che abitano, in forme diverse, dentro ciascuno di noi e dentro la nostra comunità.
In questi giorni la città è ripiegata nel dolore e nel lutto. Ed è giusto che sia così. Ma verrà il tempo in cui chi ha la responsabilità di governare la sanità, il welfare e la sicurezza non potrà sottrarsi a una domanda che riguarda l’intero Paese e che dovrebbe diventare una priorità nazionale. L’invito, fermo e pacato, è a resistere alla tentazione di riporre la fascia nera in un cassetto e fingere che tutto possa tornare come prima. Le pizze di Raffaele non torneranno. Ma, se questa tragedia non ci avrà insegnato nulla, non tornerà neppure quella parte di comunità che oggi diciamo di voler difendere.
È giusto che questa storia finisca così?

Stefano Salsi si occupa di comunicazione dagli anni Novanta. “Ho iniziato come art director in agenzie nazionali e, quasi senza accorgermene, sono finito a scrivere editoriali, racconti e pensieri – dice di sè – Non mi considero né un creativo né uno scrittore: sono un curioso con il vizio di farmi domande. Eppure, ogni tanto, qualcuno mi chiede consigli sulla comunicazione strategica. Se mi conoscesse davvero, forse cambierebbe consulente”.
